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4 juillet 2012 3 04 /07 /juillet /2012 12:55

 

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ACTUALITE MEDICALE


MEDICINA.
Se l'aspirina
«allontana»
il tumore al fegato

Studio del San Raffaele con l'istituto La Jolla della California sui malati di epatite cronica: nel mondo sono 600 milioni

di Mario Pappagallo
www.corriere.it

MILANO - L’aspirina a basso dosaggio previene l’insorgenza del tumore al fegato in chi ha un’epatite virale cronica. Per ora sui topi, ma essendo un «vecchio» farmaco la sperimentazione sull’uomo dovrebbe partire più velocemente del solito. Anche perché la ricaduta pratica riguarderebbe circa 600 milioni di malati al mondo. Quelli che, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), sono affetti da epatiti croniche B e C. Si parla del 10% della popolazione mondiale. Per sette su dieci di loro è il cancro al fegato la conseguenza più temibile del lavorio di quei virus. Cancro che causa circa un milione di morti all’anno di morti. Prevenirne l’insorgenza è quindi un imperativo. Attualmente si usano farmaci antivirali, mirati a frenare l’infezione e le sue conseguenze, a cui, purtroppo, molti non rispondono.

 

LO STUDIO - Ed ecco l’interesse per la scoperta fatta da un’équipe di ricercatori del San Raffaele di Milano e che potrebbe rapidamente diventare la nuova strategia di prevenzione. Peraltro a basso costo. Funzionerebbero, infatti, due classici farmaci anti-piastrinici, ossia anti-coagulanti, utilizzati a basso dosaggio: l’aspirina e il clopidogrel. Lo studio del San Raffaele di Milano, in collaborazione con lo Scripps Research Institute di La Jolla in California, è pubblicato sul Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), una delle più importanti riviste scientifiche internazionali. Il titolo della pubblicazione, per chi volesse documentarsi, è: «Anti-platelet therapy prevents hepatocellular carcinoma and improves survival in a mouse model of chronic hepatitis B». Normalmente il sistema immunitario reagisce all’attacco dei virus dell’epatite B (Hbv) o della C (Hcv) combattendo l’infezione, ma causando anche danni al fegato.

 

LINFOCITI - I virus in realtà non attaccano direttamente l’organo e le sue cellule (che anzi utilizzano per replicarsi): i veri danni vengono causati da particolari cellule di difesa (i linfotici citotossici) che normalmente circolano nel sangue con il compito di uccidere le cellule infettate. Quando l’epatite diventa cronica è perché l’«attacco» da parte dei linfociti non riesce ad eliminare i virus ma è causa di continui cicli di blanda malattia del fegato che negli anni portano alla comparsa di gravi complicazioni, come la cirrosi e come appunto il tumore (carcinoma epatocellulare). Dopo aver scoperto che le piastrine partecipano attivamente ai processi di danneggiamento del fegato perché vi attirano i linfociti citotossici favorendone l’accumulo (Iannacone, Nature Medicine 2005), i ricercatori italiani hanno utilizzato topi con epatite cronica B (modelli per studiare malattia e cure) per valutare l’effetto nel tempo di farmaci anti-piastrinici. Hanno così visto come la somministrazione di aspirina e clopidogrel a basse dosi riduce, non solo l’accumulo di linfociti nel fegato e la conseguente malattia da essi favorita, ma anche, e soprattutto, l’insorgenza del tumore. E senza provocare effetti secondari indesiderati (come i fenomeni emorragici).

 

STUDI SULL'UOMO - «È un concetto innovativo che identifica le piastrine al centro di questa malattia molto complessa — spiega Luca Guidotti, responsabile dell’Immunopatologia del San Raffaele —. Il fatto poi che l’aspirina e il clopidogrel sono farmaci generici già approvati per il trattamento di disordini trombotici nell’uomo accelererà l’approvazione di studi clinici su pazienti cronicamente infetti da Hbv o Hcv». Lo studio è stato finanziato dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), dal ministero della Salute, dall’European research council (Erc), dalla Giovanni Armenise-Harvard Foundation e del National Institute of Health (Nih) degli Stati Uniti.

 

in http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/12_luglio_03/aspirina-tumore-fegato_186b6a32-c4e2-11e1-a141-5df29481da70.shtml

 

data 3 luglio 2012

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3 juillet 2012 2 03 /07 /juillet /2012 05:43

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ACTUALITE MEDICALE

L’illusion du «cannabis médical»

Publié le 02/07/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


Certaines législations (comme la « Proposition 215 » en Californie) [1] ont-elles ouvert une boîte de Pandore, en permettant un « usage thérapeutique » du cannabis ? The American Journal of Psychiatry ouvre en tout cas le débat sur cette dimension « médicale » de la marijuana, un débat pollué par l’aspect « récréatif » de cette drogue dite « douce. » Mais à tort car, tant par la sélection de plants enrichis en tétra-hydro-cannabinol (THC) que par les nouveaux modes de consommation (pipes à eau), le cannabis actuel s’avère bien plus nocif que celui des années 1960 prônant une culture « sexe, drogue et rock and roll. » Quand on connaît en outre la « lipophilie exceptionnellement élevée » du THC (comme le rappelait récemment sur Jim le Pr. Jean Costentin [2]), on ne peut que redouter une extension « médicale » de l’usage de ce produit favorisant pourtant la schizophrénie, le cancer broncho-pulmonaire et le risque d’accidents (de la route ou du travail). D’autant plus qu’il n’existe « aucune documentation scientifique à l’appui d’un éventuel bénéfice clinique » du cannabis. Quand on lit ainsi dans l’article de Wikipedia consacré au « cannabis médical [3] » qu’il aurait un intérêt comme « anti-psychotique dans le traitement alternatif de la schizophrénie » et qu’il s’agirait là d’une « propriété scientifiquement reconnue », on reste atterré devant tant d’inconscience, de désinformation ou d’ignorance ! Il en irait peut-être autrement si, contrairement à l’évolution observée en pratique, cet usage thérapeutique pouvait s’appuyer sur des plantes appauvries en THC, afin de minimiser les effets nocifs pour le cerveau. Mais dans l’état actuel de la question, il est clairement plus risqué de participer à la banalisation de cette substance que de se priver d’un éventuel bénéfice qu’elle pourrait présenter (comme un effet analgésique ou antiémétique). Surtout, en « permettant cette consommation » dans certains cas, l’autorité médicale serait alors en mauvaise posture pour dénoncer, ailleurs, toutes ses conséquences néfastes, « y compris la dimension criminelle » attachée à ce produit : besoins croissants d’argent pour en obtenir, trafics, initiation à une poly-toxicomanie…

Et sur un sujet proche, celui des « dispensaires » (salles de « shoot »), on doit méditer la conclusion des auteurs : « Dans le Colorado et en Californie, plusieurs villes ont interdit le recours à ces centres d’injection supervisé à cause du chaos créé » par ces structures d’encadrement médical des toxicomanies. Ainsi, « involontairement, des médecins [exerçant dans ces établissements controversés] auront contribué à aggraver les problèmes » liés aux toxicomanies…

[1] http://en.wikipedia.org/wiki/California_Proposition_215_(1996 )
[2] http://www.jim.fr/print/e-docs/00/02/05/78/document_edito.phtml
[3] http://fr.wikipedia.org/wiki/Cannabis_m%C3%A9dical



Dr Alain Cohen

 

Kleber HD & Dupont RL : Physicians and medical marijuana. Am J. Psychiatry 2012 ; 169-06 : 564 –568.

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30 juin 2012 6 30 /06 /juin /2012 07:40

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L’acupuncture, plus efficace que le placebo sur la dyspnée de la BPCO

Publié le 29/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir

 

L’un des symptômes les plus évocateurs de bronchopneumopathie chronique obstructive (BPCO) est indéniablement la dyspnée d’effort. Il est cependant peu spécifique de cette maladie et malgré les progrès, son traitement reste difficile. Il faut dire que sa pathogénie est encore mal connue… Son impact sur la qualité de vie peut être majeur.  L’acupuncture peut-elle avoir un effet symptomatique ? Il semble que oui, si l’on en juge sur les résultats d’un essai contrôlé, mené à double insu contre placebo.  L’action se déroule au Japon, dans la région de Kansai. 

L’étude randomisée en question a inclus 66 patients atteints d’une BPCO et répartis en deux groupes parallèles. Dans tous les cas, un traitement standard était en cours au moment de l’inclusion et, aucun des participants n’avait la moindre information sur les résultats du tirage au sort, qu’il s’agisse des patients, des évaluateurs et même du statisticien. Dans le groupe traité (n=34), l’acupuncture a été appliquée selon le protocole traditionnel, alors que dans le groupe placebo (n=34), c’est un simulacre avec des aiguilles placées aux mêmes points qui a été utilisé, dans tous les cas, une fois par semaine pendant 12 semaines.  Le  principal critère d’efficacité a reposé sur le score à échelle de Borg modifiée au terme d’un test de marche de six minutes, à l’état basal et 12 semaines plus tard.

Il a été ainsi établi que les scores de l’échelle de Borg étaient meilleurs dans le groupe traité à la fin de l’essai, versus le groupe placebo, la différence intergroupe moyenne étant statistiquement significative, soit −3.58 sur la foi d’une analyse de covariance.  Il en a été de même pour la distance parcourue pendant les 6 minutes de test, suggérant une meilleure tolérance à l’effort. 

Cet essai randomisé en bonne et due forme, notamment à double insu suggère que l’acupuncture traditionnelle fait mieux que le placebo chez les patients atteints d’une BPCO. L’amélioration concernerait la tolérance à l’effort et la dyspnée qui l’accompagne.  



Dr Philippe Tellier

 

Masao Suzuki et coll. : A Randomized, Placebo-Controlled Trial of Acupuncture in Patients With Chronic Obstructive Pulmonary Disease (COPD)The COPD-Acupuncture Trial (CAT). Arch Int Med., 2012 ; 172 : 878-886.

 

 

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30 juin 2012 6 30 /06 /juin /2012 07:33

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Le café réduirait le risque de cancer de la prostate agressif, and what else ?

Publié le 29/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


Les résultats issus des 2 méta-analyses évaluant l’association entre consommation de café et risque global de cancer de la prostate (CP)  restent équivoques. De plus aucune des études n’a exploré une possible relation avec les sous groupes de CP classés par grade en fonction de leur agressivité.

C’est l’objectif de cette étude de cohorte prospective de 6 017 hommes issus de  la « Collaborative cohort study in the UK » entre 1970 et 1973 et suivis jusqu’au 31 décembre 2007. Elle a évalué l’association entre la consommation de café et l’incidence globale du CP ainsi qu’avec l’incidence des CP de grades spécifiques définis  selon le score de Gleason. (Le score de Gleason  se base sur l’architecture microscopique du CP afin d’en déduire des informations pronostiques et s’exprime en grade faible <7, intermédiaire =7 et agressif >7).

Durant la période d’un suivi médian de 28 ans, 318 cas de CP ont été identifiés. Les résultats montrent que la consommation la plus forte de café (≥ 3 tasses/j) est associée à une diminution de 55 % du risque des cancers les plus agressifs (Gleason>7) par rapport à ceux qui ne boivent pas de café (Hazard Ratio [HR] : 0,45 ; Intervalle de confiance à 95 % : 0,23-0,90 ; p = 0,01). Par contre aucune association n’est trouvée avec le risque global de CP. Ces résultats ont été ajustés à certains facteurs confondants (âge, statut social, IMC, tabac, taux de cholestérol, pression artérielle systolique, consommation d’alcool).

Les auteurs concluent que si la consommation de café ne diminue pas le risque global de CP elle diminue toutefois le risque des CP les plus agressifs. Cela pourrait s’expliquer, entre autre,  par la diminution du taux d’IGF-1   chez les buveurs de café, ce facteur de croissance étant  associé à une incidence plus élevé de  CP agressifs.

Cette conclusion semble un peu trop optimiste. Si Les auteurs ont la franchise d’admettre que leur étude souffre de plusieurs biais, 3 d’entre eux sont relativement importants   :

1) la consommation de café a été évaluée uniquement au début d’étude, de plus sans notion quantitative (volume des tasses..) ni qualitative (décaféiné ...),
2) les méthodes d’évaluation du CP ont beaucoup évolué en particulier avec l’apparition du dosage de PSA,
3) le grade de Gleason n’est documenté que pour une partie des cancers.

Echapper au  CP à coups de « petits noirs » ? Pas si  sûr !



R.Courie

 

Shafique K et coll. : Coffee consumption and prostate cancer risk: further evidence for inverse relationship. Nutr J., 2012, 11: 42 doi:10.1186/1475-2891-11-42,Published: 13 June 2012

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26 juin 2012 2 26 /06 /juin /2012 10:40

 

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Une bonne hygiène de vie réduit-elle l'âge biologique ?

Publié le 25/06/2012   | 1 réaction Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


Au-delà de l'âge chronologique facile à calculer pour chacun, il existe un âge biologique qui peut être évalué par la longueur des télomères, ces morceaux de matériel génétique qui se trouvent à l'extrémité des chromosomes. La perte d'ADN télomérique survenant  lors des divisions cellulaires est associée au développement des pathologies chroniques telles que les maladies cardiovasculaires, les cancers ou certaines démences. Selon des travaux récents, il semble que la perte de télomère soit un facteur modifiable, en particulier par l'hygiène de vie. Peu d'études ont toutefois examiné précisément l'association entre la taille des télomères et l'adoption d'une bonne hygiène de vie.

C'est dans ce contexte que Sun et al. ont analysé de façon transversale, dans la cohorte des infirmières américaines (NHS Study), la relation entre la longueur des télomères et cinq comportements considérés comme protecteurs vis à vis des principales maladies chroniques : pratique régulière d'activité physique, consommation modérée d'alcool, alimentation saine, absence de tabagisme et maintien d'un IMC normal. Les femmes ayant une maladie chronique à l'inclusion étaient exclues de l'analyse. Au total, les données de  5 862 sujets, comprenant notamment les réponses à un questionnaire de fréquence de consommation des aliments, de pratique d'activité physique, de consommation d'alcool et de tabac ont été analysées et confrontées à la longueur des télomères mesurée dans les leucocytes de ces volontaires. Aucun des "comportements sains" n'était, de façon individuelle,  significativement associé à la taille de l'ADN télomérique. En revanche, celle-ci était positivement corrélée au nombre de facteurs environnementaux protecteurs. Ainsi chez les femmes ayant une excellente hygiène de vie (cinq comportements protecteurs) le score évaluant la longueur des télomères était supérieure de 31,2 %.

Pour expliquer l'effet possible de l'hygiène de vie sur les télomères, les auteurs rappellent que la sédentarité, l'"alimentation malsaine" et le tabagisme favorisent l'inflammation, le stress oxydant et l'insulinorésistance qui pourraient tous les trois accélérer le raccourcissement de l'ADN télomérique, notamment via une augmentation du renouvellement des cellules (davantage de divisions cellulaires). La principale limite de cette étude est son modèle transversal, empêchant d'effectuer une analyse temporelle entre des modifications d'hygiène de vie et, d'une part l'évolution des télomères et d'autre part l'incidence des pathologies chroniques.

Ce travail n'a pas véritablement d'intérêt pratique, mais il permet d'imaginer de manière simple et concrète l'une des voies par lesquelles l'hygiène de vie peut influencer le vieillissement et comment il est possible de le freiner en adoptant des "comportements sains".



Dr Boris Hansel

 

Sun Q et coll. : Healthy lifestyle and leukocyte telomere length
in u.s. Women. PLosONE 2012; 7: e38374.

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20 juin 2012 3 20 /06 /juin /2012 20:06

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Des résultats encourageants pour la reconstruction chirurgicale du clitoris

Publié le 20/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


Pour des raisons culturelles et religieuses, les mutilations génitales féminines (MGF) sont courantes dans certains pays d’Afrique et du Moyen-Orient et en Occident, elles sont pratiquées clandestinement dans les communautés immigrées. Les MGF comprennent l’ablation partielle ou totale des organes génitaux externes de la femme ou des lésions de ces organes. Elles peuvent être à l’origine de graves complications médicales, psychologiques, sexuelles et sociales.

Trois millions de filles par an

Malgré les efforts des organisations internationales de santé pour démontrer l’horreur que les mutilations représentent pour les femmes et pour limiter la pratique de ces rituels, environ trois millions de filles par an sont susceptibles de subir ces interventions. A l’échelle mondiale, au cours des 10 dernières années, 130 à 140 millions de femmes ont subi des mutilations sexuelles, dont 92 millions en Afrique.

L’OMS classe les mutilations génitales en 4 types. Le type I correspond aux circoncisions clitoridiennes souvent associées à une clitoridectomie partielle ou complète et le type II comprend les excisions du prépuce, du clitoris et l’excision partielle ou totale des petites lèvres. Le type III concerne les excisions partielles ou totales des organes génitaux externes avec suture/rétrécissement de l’orifice vaginal (infibulation). Le type IV regroupe toutes les interventions non classées (piqûres, brûlure, perforation du clitoris et/ou des lèvres).

Les femmes victimes des mutilations génitales ont besoin d’une prise en charge médicale et psychosociale adaptée en vue de limiter leurs conséquences. Mais elles ont rarement accès à la chirurgie reconstructrice qui serait susceptible d’améliorer la qualité de leur vie.

Une intervention mise au point en France

La reconstruction chirurgicale du clitoris a été inventée et développé par un chirurgien français, Pierre Foldès, à l’hôpital de Poissy-Saint-Germain. En France, la chirurgie reconstructrice est prise en charge par le système national de santé depuis 2004. Dans un premier temps, la chirurgie a été offerte aux femmes présentant des douleurs, puis dans un deuxième temps elle a été proposée également aux femmes désirant améliorer leur qualité de vie sexuelle ou leur aspect physique. 

Une large étude prospective française a évalué les résultats à court et long terme de la chirurgie reconstructrice après mutilations génitales, en termes de réduction des douleurs, d’amélioration de la vie sexuelle et de restauration  d’identité.

Au total 2 938 femmes consécutives ayant consulté à l’hôpital de Poissy-Saint-Germain pour une MGF de type 2 ou 3 et âgées de plus de 18 ans (âge moyen=29 ans ; DS=7,7) ont été incluses dans cette étude. Celles qui avaient subi une mutilation de type 3 sans excision du clitoris ont été exclues. Toutes les patientes ont eu une chirurgie reconstructrice au cours de la période 1998-2009. Le but de l’intervention était de restaurer l’anatomie et le fonctionnement clitoridien.

Les femmes étaient originaires d’Afrique de l’Ouest, majoritairement du Mali, du Sénégal et de Côte d’Ivoire. Environ 80 % d’entre elles habitaient en France et la mutilation avait été pratiquée en France pour 564 (19 %) patientes. La plupart avaient subi ces mutilations entre 5 et 9 ans (âge moyen=6 ans ; DS= 3,5).

Dans la majorité des cas (60 % ; 1762/2 938), il s’agissait de MGF de type 2 avec des pseudo-infibulations, 35 % étaient des MGF de type 2 sans pseudo-infibulations et 5 % des MGF de type 3 avec excision du clitoris.

Améliorer la vie sexuelle mais surtout restaurer l’identité

En ce qui concerne les motivations conduisant à demander la chirurgie, 29 % des femmes désiraient une diminution de leurs douleurs, 81 % une amélioration de leur qualité de vie sexuelle et plus de 99 % souhaitaient restaurer  leur identité.

La totalité des interventions a été effectuée par un seul chirurgien. Seulement 5 % des femmes (155) ont eu des complications immédiates (douleurs, hématome, fièvre..), mais aucune complication n’a été observée après un an de suivi.

Huit cent soixante-huit femmes seulement (29 %) ont ou être suivies un an après l’intervention. L’aspect du clitoris a été amélioré dans la majorité des cas ; 28 % présentaient un clitoris d’aspect normal et seulement 3 femmes (<1 %) ne présentaient aucun changement.

Les modifications en matière de douleurs et de plaisir clitoridien avant et après l’intervention (à un an) ont été rapportées par 841 femmes (sur 866). Parmi elles, 290 ont signalé une réduction importante des douleurs et 124 une réduction modérée. Parmi les 486 femmes qui n’avaient pas de douleurs avant l’intervention, l’une rapportait des douleurs après l’intervention et 8 autres rapportaient un inconfort.

Sur les 841 femmes suivies, 430 (51 %) témoignaient avoir des orgasmes ; environ un tiers de celles qui n’avaient jamais éprouvé d’orgasme avant l’intervention (129/368) rapportaient des orgasmes réguliers ou occasionnels ; environ la moitié des femmes (51/97) qui avaient eu des orgasmes occasionnels avant l’intervention signalaient une amélioration après la chirurgie. Cependant, une réduction de l’intensité de l’orgasme après l’intervention a été rapportée par 12 femmes parmi les 53 qui éprouvaient des orgasmes réguliers avant l’intervention.

En conclusion, les résultats de cette étude sans précèdent montrent que la reconstruction clitoridienne est envisageable chez les femmes ayant subi des mutilations : elle peut réduire la douleur locale et restaurer le plaisir clitoridien. Il est important que les femmes mutilées soient informées de l’existence de ces soins et qu’elles puissent y avoir accès.



Dr Viola Polena

 

Foldès P et coll. : Reconstructive surgery after female genital mutilation: a prospective cohort study. Lancet, 2012 ; publication avancée en ligne le 11 juin.

 

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19 juin 2012 2 19 /06 /juin /2012 18:00

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Les plaques d’athérome modéré régressent sous statines, même aux doses habituelles

Publié le 19/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


Il a été démontré que de fortes doses de statines faisaient régresser les plaques d’athérome coronaire.  Ce fut le cas récemment de l’étude de Nicholls (N Engl J Med 2011 ; 365 : 2078-87) conduite sous atorvastatine 80 mg ou rosuvastatine 40 mg/jour. Mais qu’en est-il pour des posologies plus faibles, comparables à celles utilisées  en pratique courante ? C’est la question à laquelle a tenté de répondre l’étude prospective, ouverte, randomisée ARTMAP (Atorvastatin versus Rosuvastatin Therapy with equivalent potency on Mild coronary Atherosclerotic Plaques) menée chez  350 patients  qui avaient une athérosclérose coronaire modérée (à savoir  sténose de 20 % à 50 % longue  de plus de 10 mm) évaluée par ultrasons intracoronaires (IVUS).

Après  randomisation, ils ont reçu quotidiennement soit atorvastatine 20 mg soit rosuvastatine 10 mg. Les caractéristiques cliniques des patients, les taux de lipides et les données de l’échographie intracoronaire (n= 271 ; atorvastatine : 143, rosuvastatine : 128) étaient semblables dans les 2 groupes.

Avec un suivi de 6 mois, le pourcentage de modifications  du volume total de l’athérome  (définies  par la différence du volume de l’athérome  entre le  6e  mois et l’état basal x 100) était significativement moindre sous atorvastatine que sous rosuvastatine (respectivement -3,9 +/- 11,9 % vs - 7,4 +/- 10,6 % ;  p= 0,018).

Par rapport à l’état basal, le volume total d’athérome, notamment au niveau du sous-segment artériel le plus altéré, avait significativement diminué dans les 2 groupes (p < 0,001). Le traitement a par ailleurs amélioré de façon semblable le  profil lipidique des 2 groupes à savoir diminution du taux du LDL-cholestérol d’en moyenne 55 mg/dl et augmentation du taux du HDL- cholestérol d’en moyenne  47 mg/dl.

En conclusion,  l’atorvastatine et la rosuvastatine  prescrites aux doses usuelles à des coronariens qui n’avaient jamais reçu de statines précédemment  sont toutes deux capables de faire régresser significativement  l’athérosclérose coronaire, tout au moins dans sa forme légère, la régression s’avérant  plus importante sous rosuvastatine. 



Dr Robert Haïat

 

Lee CW et coll.: Comparison of Effects of Atorvastatin (20 mg) Versus Rosuvastatin (10 mg) Therapy on Mild Coronary Atherosclerotic Plaques (from the ARTMAP Trial). Am J Cardiol 2012; 109: 1700–1704.

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19 juin 2012 2 19 /06 /juin /2012 06:36

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Une leucémie pour 10 000 scanners céphaliques dans l’enfance

Publié le 18/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir

 

Quel est le risque carcinologique des scanners pratiqués chez l’enfant et l’adulte jeune ? Cette question, qui se pose avec d’autant plus d’acuité que le nombre d’examens augmente, n’a pas reçu jusqu’ici de réponse satisfaisante.

Les travaux sur lesquels on s’appuie le plus souvent pour évaluer le risque d’induction tumorale par des radiations ionisantes sont basés sur l’étude Life Span qui a suivi des survivants des bombardements nucléaires d’Hiroshima et de Nagasaki et il ne s’agit donc que d’extrapolations. Leur pertinence a été remise en cause par beaucoup, certains estimant même que les faibles doses utilisées pour les scanners ne majorent nullement les risques carcinologiques.  

Pour essayer de quantifier ce risque (s’il existe) plusieurs études épidémiologiques de grande envergure ont été lancées dans le monde ces dernières années. Leurs résultats seront publiés au fil des mois jusqu’en 2016 et la première d’entre elles vient de l’être dans le Lancet.

Près de 200 000 enfants suivis au long cours

Le travail de Mark Pearce et coll. est une étude rétrospective ayant inclus tous les sujets de moins de 22 ans ayant bénéficié d’un scanner en Grande Bretagne entre 1985 et 2002. Les doses de radiations absorbées au niveau de la moelle osseuse et du cerveau lors de cet (ou de ces) examen(s) ont été estimées pour chaque patient. Et ces données ont été croisées avec celles de l’état civil et des registres du cancer britanniques pour déterminer s’il existait une corrélation entre la dose de radiations reçue et la prévalence des leucémies et des tumeurs malignes cérébrales dans cette population. 

Pour éliminer les sujets pour qui un scanner aurait pu être demandé dans le cadre du diagnostic ou de la surveillance d’une de ces deux pathologies, le suivi n’a été effectif que 2 ans après la première tomodensitométrie pour les leucémies et 5 ans après pour les cancers cérébraux.

Une fois exclus les sujets pour lesquels les données étaient incomplètes ou ininterprétables, les résultats ont porté au total sur 178 604 sujets pour l’étude des leucémies et sur 176 587 patients pour celle des tumeurs malignes cérébrales.

Un risque de leucémie multiplié par 3 après 5 à 10 scanners cérébraux

Au 31 décembre 2008, 74 leucémies et 135 cancers cérébraux avaient été diagnostiqués dans ces populations. 

Une association positive a été retrouvée entre la dose estimée de radiations absorbées et la prévalence des leucémies et des tumeurs cérébrales malignes (p=0,0097 pour les leucémies et p<0,0001 pour les cancers cérébraux). Ainsi, sur cette période de suivi, le risque de leucémie est apparu multiplié par 3,18 chez les sujets ayant reçu une dose cumulée d’au moins 30 mGy comparés à ceux ayant reçu moins de 5 mGy (intervalle de confiance à 95 % [IC95] entre 1,46 et 6,94). De même le risque de néoplasie cérébrale était multiplié par 2,82 chez les patients ayant reçu une dose cumulée de 50 à 74 mGy au niveau de l’encéphale comparés à ceux ayant reçu moins de 5 mGy (IC95 entre 1,33 et 6,03).

De façon plus simple à appréhender, en tenant compte des doses réduites administrées depuis 2001 chez l’enfant, la pratique de 5 à 10 scanners céphaliques avant 15 ans triple le risque de leucémie tandis que 2 à 3 tomodensitométries cérébrales multiplient également par 3 le risque de néoplasie cérébrale. Ces affections malignes étant relativement rares dans la population générale, en valeur absolue l’augmentation du risque apparaît cependant limitée et a été estimée par Pearce et coll. à une leucémie et un cancer cérébral supplémentaires dans les 10 ans pour 10 000 scanners céphaliques chez des enfants de moins de 10 ans.

Un appel à la modération des indications du scanner chez l’enfant

Ces résultats, très proches de ceux de l’étude Life Span, seront bien sûr discutés. En effet si les principaux facteurs de confusion ont pu être écartés, on ne peut exclure formellement tout biais et en particulier ceux liés aux autres sources de radiations qui n’étaient pas évalués dans ce travail. Mais, en tout état de cause, l’existence d’un effet dose démontrée dans cette étude de cohorte est très en faveur d’une relation causale entre ces faibles doses de radiations reçues et la survenue de tumeurs malignes.

La publication des autres études épidémiologiques portant sur le même thème dans les prochaines années (et notamment celle de l’EPI-CT regroupant tous les travaux européens en 2016) et la poursuite de la surveillance de cette cohorte britannique permettront d’étendre cette évaluation des risques à l’ensemble des tumeurs malignes. 

En pratique, le travail de Pearce devrait avoir deux types de conséquences opposées.

Il peut permettre tout d’abord de rassurer les parents lorsque l’on prescrit un scanner à leur enfant en leur montrant, chiffres à l’appui si besoin, que le risque très faible encouru est bien inférieur au bénéfice attendu.

Mais à l’inverse il doit conduire à renforcer deux types de mesure de précaution :
- Continuer, si possible, à réduire les doses absorbées lors des scanners chez l’enfant grâce à des réglages personnalisés des appareils.
- Limiter les indications du scanner pédiatrique en se posant systématiquement la question de son intérêt réel ou de son remplacement éventuel par un examen n’émettant pas de radiations ionisantes.



Dr Nicolas Chabert


Pearce MS et coll.: Radiation exposure from CT scans in childhood and subsequent risk of leukaemia and brain tumours: a retrospective cohort study. The Lancet. 2012; publication avancée en ligne le 7 juin 2012 (doi:10.1016/S0140-6736(12)60815-0)

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17 juin 2012 7 17 /06 /juin /2012 06:45

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Essure, c’est sûr !

Publié le 15/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir

 

La méthode de stérilisation tubaire Essure® permet une contraception définitive et irréversible. Elle consiste à mettre en place par voie hystéroscopique un dispositif qui se fixe dans la trompe et qui la bouche complétement en trois mois. Cette méthode de contraception définitive a été introduite en 2001, elle est largement répandue dans le monde, et plus particulièrement dans l’Union Européenne.

L’intervention est réalisable sans anesthésie générale et les études suggèrent que les complications sont rares et mineures.

Une étude rétrospective d’une durée de sept ans a été effectuée dans l’unité d’hystéroscopie de l’hôpital universitaire « Reina Sofia » de Cordoue en Espagne, afin d’évaluer les  complications à court, moyen et long terme de la stérilisation tubaire par Essure.

Au total, 4 306 femmes consécutives ayant subi une stérilisation tubaire par Essure entre 2003 et 2010 ont été incluses dans cette étude. Leur âge moyen était de 36 ans (19-49 ans) et pour la majorité d’entre elles la durée de suivi était supérieure à un an (3 mois – 8 ans). La pose des implants tubaires a été réussie dans 98,5 % des cas (4 242), et parmi ceux-ci, 96 % (4075/4242) en une seule intervention.

Un contrôle radiologique a été effectué chez 97 % des patientes (4 108) pour vérifier le bon positionnement des implants à trois mois en postopératoire, comme prévu par le protocole. Le taux de succès de l’obstruction tubaire bilatérale était de 99,7 %, (soit 3 échecs pour 1 000 cas). Par ailleurs, sept femmes (0,16 %) ont eu une grossesse, dont trois au cours des trois premiers mois après la pose des implants.

Des complications n’ont été observées que dans 2,7 % des cas (115/4 306), mais aucune hospitalisation ou retard de sortie après l’intervention (>2h) n’a été nécessaire. La syncope vasovagale était l’effet indésirable le plus fréquent, il n’a concerné que 2 % des patientes (585/4 306). La majorité des femmes (82,8 %) ont trouvé la procédure non douloureuse ou légèrement douloureuse, et seulement 3,5 % ont rapporté de fortes douleurs. Deux cas d’allergie au nickel ont été observés.

L’expulsion d’un des implants a été notée dans 19 cas (0,4 %), la majorité (14/19) de ces incidents ayant été détectée au cours des trois premiers mois de suivi. Dans trois autres cas (0,06 %), les implants ont été posés par erreur dans le myomètre, et dans deux autres cas, les implants avaient migré dans l’abdomen. Les complications à long terme ont été très rares (2 cas, soit 0,04 %) : une femme présentait des douleurs pelviennes persistantes et une autre a eu une perforation tubaire.

En conclusion, selon les résultats de cette étude qui représente la plus large série rapportée à ce jour, la stérilisation tubaire Essure est une méthode contraceptive fiable et elle est associée à un taux très faible de complications à court et long-terme.



Dr Viola Polena


Povedano B et coll. : Complications of hysteroscopic Essure® sterilisation: report on 4306 procedures performed in a single centre. BJOG 2012;119:795–799. doi: 10.1111/j.1471-0528.2012.03292.x.

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15 juin 2012 5 15 /06 /juin /2012 06:16
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Allaitement maternel : 4 à 6 mois, c’est bien !

Publié le 14/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


Les recommandations de l’OMS pour un allaitement maternel exclusif de 6 mois sont contestées dans les pays occidentaux. En effet, si la prévention par l’allaitement maternel des infections de l’enfant est avérée, ses conséquences nutritionnelles (carence martiale) et sur la survenue d’une allergie sont toujours discutées.

Une étude espagnole relance le débat. Cette cohorte de grossesses a permis d’analyser, par l’intermédiaire de questionnaires, l’alimentation de 580 nourrissons et leur état de santé aux âges de 6 et 14 mois.

Un dosage des acides gras polyinsaturés à longue chaîne a par ailleurs été effectué dans le colostrum en post-partum entre 48 et 96 heures.

L’atopie maternelle a été définie sur le dosage d’IgE spécifiques durant le premier trimestre de la grossesse.

Parmi les enfants étudiés, 131 (soit 22,6 %) n’ont jamais été allaités, 75 (12,9 %) ont été allaités de façon majoritaire moins de 2 mois, 97 (16,7 %) pendant 2 à 4 mois, 215 (37,1 %) de 4 à 6 mois et 62 (10,7 %) plus de 6 mois.

Des épisodes de sifflements sont survenus chez 12,7 % des enfants et des infections respiratoires basses chez 12,4 % pendant les 14 premiers mois de vie alors que 7,2 % ont présenté des poussées récurrentes d’eczéma atopique et 12,4 % des enfants des épisodes répétés de gastro-entérite.

Même si l’allaitement maternel majoritaire pendant 2 à 4 mois a montré certains effets bénéfiques, c’est l’allaitement durant 4 à 6 mois qui s’est avéré le plus associé à un abaissement significatif du risque de survenue de sifflements par rapport à l’absence d’allaitement (Odds ratio ajusté [ORa] = 0,53 ; Intervalle de confiance à 95 % [IC95] :0,32-0,89) et d’infections respiratoires basses (ORa = 0,51 ; IC95 : 0,31-0,83).

Une tendance à la protection  contre l’eczéma atopique entre 7 et 14 mois (ORa = 0,58 ; IC95 : 0,32-1,04) a par ailleurs été mise en évidence.

Les enfants allaités pendant 4 à 6 mois avaient aussi présenté moins de gastro-entérites durant leur 6 premiers mois que les autres (ORa= 0,37 ; IC95 : 0,17–0,77).

En analyse multivariée, le risque de survenue de gastro-entérite dans les 6 premiers mois de vie décroissait de façon significative avec l’augmentation des taux d’acides gras oméga-3 et d’acide arachidonique dans le colostrum mais aucune relation n’a pu être établie avec le risque de sifflements ou de dermatite atopique.



Dr Geneviève Démonet

 

Morales E et coll. : Effects of prolonged breastfeeding and colostrum fatty acids on allergic manifestations and infections in infancy. Clin Exp Allergy, 2012, 42 : 918–928

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13 juin 2012 3 13 /06 /juin /2012 08:11
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Rougeole dans le monde : un mieux certain

Publié le 12/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


Avant l’ère de la vaccination, la rougeole, qui était une maladie dite « obligatoire », était considérée  responsable de plus d’un million de morts d’enfants par an dans le monde en raison d’un taux de mortalité élevé dans les pays les plus pauvres.  La mise en place progressive de programmes d’immunisation de routine des nourrissons, des campagnes de vaccination de masse visant à protéger 100 % d’une population en quelques semaines et une meilleure prise en charge médicale des cas de rougeole ont conduit à une amélioration sensible de la situation.  Pensant les progrès accomplis encourageants, en 2008 l’Organisation Mondiale de la Santé (OMS) s’est donné comme objectif de réduire dès 2010 de 90 % la mortalité liée à la rougeole dans le monde par rapport à l’an 2000. Pour savoir si ce but a été atteint, des épidémiologistes de l’OMS ont tenté d’estimer, le plus scientifiquement possible, l’évolution de la mortalité par rougeole dans le monde au cours de la première décennie du 21ème siècle.

Comment évaluer l'évolution d'un phénomène que l'on mesure mal ?

De fait, comme l’explique bien Emily Simons et coll. en introduction de leur publication, ce type d’estimation relève de la gageure. On ne dispose pas en effet de données fiables sur l’incidence de la maladie dans les pays les moins développés où le virus circule le plus et encore moins de chiffres crédibles sur les décès imputable à la rougeole dans les 128 états qui ne disposent pas de registres de mortalité crédibles. Pour tenter de contourner ces obstacles, cette équipe de l’OMS a mis au point un modèle mathématique très complexe estimant la mortalité par rougeole à partir des données disponibles pour chaque pays, sur sa démographie, la couverture vaccinale, le nombre de cas déclarés, les classes d’âge concernés et le taux de mortalité local. Ces milliers de chiffres, ayant tous une marge d’erreur plus ou moins large (et plus ou moins connue !), introduits dans ce modèle conduisent Simons et coll. aux conclusions suivantes :

- La mortalité par rougeole dans le monde serait passée de 535 000 en 2000 à 139 300 en 2010 soit une réduction de 74 % (c'est-à-dire un peu moins que l’objectif de 90 % fixé en 2008) ;
- Les morts par rougeole se concentrent aujourd’hui dans 2 régions, l’Afrique (36 % des cas) et l’Inde (47 %). Dans ce dernier pays, très en retard en termes d'immunisation, une vaccination de masse touchant 134 millions d'enfants est prévue entre 2011 et 2013 !

Pour interpréter correctement ces chiffres on notera que les intervalles de confiance à 95 % calculés par les auteurs sont extrêmement larges. Par exemple pour 2010 l’intervalle va de 71 200 décès par rougeole à 447 800 ce qui signifie, en d'autres termes, que si l’on se situait en fait dans zone haute de la fourchette il n’y aurait pas de différence significative par rapport à 2000 !
Derrière la précision apparente de ces résultats (que bien peu de lecteurs avertis du Lancet seraient à même de contester sur le plan statistique) se cache donc une très grande incertitude sur la situation épidémiologique réelle de la maladie et de son évolution temporelle. Ce flou que tente de dissiper ce nouveau modèle mathématique est le corollaire de la faiblesse, elle bien réelle, des outils de surveillance épidémiologique des maladies transmissibles dans les pays qui pourtant en auraient le plus besoin.

Gardons nous cependant d’un excès de pessimisme. Si l’on ne peut mesurer précisément l’impact des politiques de vaccination contre la rougeole conduites dans les différents états du monde on peut être sûr qu’il est très positif, ne serait-ce qu’en se basant sur les résultats des pays qui ont pratiquement éradiqué la maladie et où la mortalité est devenue quasi nulle.



Dr Nicolas Chabert

 

Simons E et coll.: Assessment of the 2010 global measles mortality reduction goal: results from a model of surveillance data. Lancet 2012; 379: 2173-78.

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11 juin 2012 1 11 /06 /juin /2012 19:17
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Les antibiotiques génériques génèrent-ils des résistances bactériennes ?

Publié le 11/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


C’est un article au titre un peu provocateur « générique d’antibiotiques : quelle garantie d’efficacité ? », qui pose une question clé au prescripteur : les génériques sont-ils aussi pertinents que les originaux, leur efficacité est elle garantie ? Les auteurs, qui soulignent d’abord que des différences sont possibles à tous les niveaux, contenance des préparations, niveaux d’impuretés, pharmacocinétique, relation pharmacocinétique/ pharmacodynamie, efficacité in vitro ou sur modèle animal, pensent que le problème est plus marqué pour les génériques IV, dispensés d’études de bio équivalence avant leur mise sur le marché ; et voilà que, cerise amère sur le gâteau, ils évoquent la possibilité qu’en outre, les génériques soient assez largement responsables de cette expansion des résistances bactériennes que tout un chacun déplore et craint tant aujourd’hui…

Génériques antibiotiques et résistances (R), où est le lien ? La mise sur le marché d’un grand nombre de génériques d’une même spécialité s’accompagne d’une augmentation, qui peut être importante, de leur consommation –même dans les pays les plus raisonnables- avec en corollaire pour les antibiotiques une augmentation des R bactériennes. Le phénomène serait particulièrement marqué pour les fluoroquinolones orales, comme semblent le montrer deux exemples frappants :
-En 2001, au Danemark, le premier générique de la ciprofloxacine était mis sur le marché, dix autres le rejoignant entre 2002 et 2003. Avec une baisse moyenne du prix de 53 %... et une augmentation notoire de la demande ! A la même époque, la R à la ciprofloxacine des E. coli d’origine urinaire augmentait de 200 %, passant de 0,8 % en 1995 à presque 4 % en 2005.
-Un phénomène similaire était remarqué en Allemagne, où le marketing de la norfloxacine en 1999, suivi de celui de la ciprofloxacine en 2001, se traduisait par une baisse de prix d’un facteur 4 concomitante à un doublement de consommation… et au passage des pourcentages de R d’E coli de 0,2 % en 1990 à 7,7 % en 1999 et plus de 25 % en 2001.

Au moins deux problèmes distincts donc dans cet article, celui d’une équivalence vraie de produits théoriquement identiques mais soumis à des contraintes d’évaluation différentes et celui d’un possible effet délétère des génériques antibiotiques sur les R bactériennes. Deux problèmes, mais une même constatation : encore beaucoup de travail de vérification à faire, et une forte nécessité  de faire évoluer la réglementation de mise sur le marché des génériques d’antibiotiques.



Dr Jack Breuil

 

Gauzit R et coll. : Generic antibiotic drugs : is effectiveness guaranteed? Méd Mal Infect., 2012; 42/ 141-8

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10 juin 2012 7 10 /06 /juin /2012 15:20
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A combination extract of ginseng, epimedium, polygala, and tuber curcumae increases synaptophysin expression in APPV717I transgenic mice

Jing Shi, Jinzhou Tian, Xuekai Zhang, Mingqing Wei, Long Yin, Pengwen Wang and Yongyan Wang

  •  

For all author emails, please log on.

Chinese Medicine 2012, 7:13 doi:10.1186/1749-8546-7-13

Published: 9 June 2012

Abstract (provisional)

Background

The density of presynaptic markers of synaptic communication and plasticity, especially synaptophysin (SYP), is significantly correlated with cognitive decline and the progression of Alzheimer's disease (AD), indicating that synaptic protection is an important therapeutic strategy for AD. This study aims to investigate the synaptic protective effects of a combination of several active components extracted from the Chinese herbs ginseng, epimedium, polygala and tuber curcumae (GEPT), in the brains of APPV717I transgenic mice.

Methods

Three-month-old APPV717I mice were arbitrarily divided into 10 groups (n = 12 per group): APP groups receiving vehicle treatment for four or eight months (model groups), three dose groups of GEPT-treated mice for each treatment period, and donepezil-treated mice for each treatment period. Three-month-old C57BL/6J mice (n = 12) were also given vehicle for four or eight months (control groups). Vehicle, donepezil or GEPT were intragastrically administered. Immunohistochemistry (IHC) and Western blot analysis were used to assess protein expression in the hippocampal CA1 region and ratios of SYP to beta-actin levels in hippocampal tissue homogenate, respectively.

Results

Both IHC and Western blot revealed a decrease in SYP levels in the CA1 region of 7- and 11-month-old APPV717I transgenic mice compared with the control groups, whereas SYP levels were increased in donepezil- and GEPT-treated transgenic mice compared with the APP group. There was a significant difference in the levels of SYP detected by IHC between the GEPT high-dose group and the APP group after 4 months of treatment, and there were significant differences between all three GEPT groups and the APP group after 8 months of treatment. Western blotting showed that the SYP protein-beta-actin ratio was decreased in APP mice, while donepezil- and GEPT-treated transgenic mice showed increased trends in the SYP protein-beta-actin ratios.

Conclusion

GEPT increases SYP expression and protects synapses before and after the formation of amyloid plaques in the brains of APPV717I transgenic mice.

The complete article is available as a provisional PDF. The fully formatted PDF and HTML versions are in production.

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7 juin 2012 4 07 /06 /juin /2012 14:11
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ACTUALITE MEDICALE

Vers l’officialisation d’un trouble dysphorique prémenstruel

Publié le 06/06/2012   | 1 réaction Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


Selon un article labellisé « Evidence-Based Psychiatric Treatment » (thérapeutique psychiatrique fondée sur des preuves, déclinaison de l’Evidence-Based Medicine[1]), 2 à 5 % des femmes non ménopausées seraient concernées par un « trouble dysphorique prémenstruel ». Ce trouble de l’humeur est actuellement inclus dans « l’appendice B du DSM-4 », mais pour les experts préparant la prochaine édition du manuel (DSM-5), ce diagnostic serait suffisamment étayé pour prétendre au Saint Graal d’une affection psychiatrique : la pleine reconnaissance d’une catégorie consacrée dans le DSM. Les auteurs indiquent l’ensemble des « critères recommandés » pour orienter vers ce « nouveau » diagnostic dans le DSM-5 :

A. Dans la plupart des cycles, durant l’année passée, 5 symptômes (ou plus) de la liste suivante sont apparus pendant la dernière semaine précédant les règles, ont commencé à s’améliorer juste après l’apparition des règles, puis ont été minimes ou absents dans la semaine suivant les règles, avec la présence d’au moins un des symptômes parmi les quatre premiers critères de la liste suivante :

1 Labilité affective marquée (par exemple des sautes d’humeur, de brusques accès de tristesse ou de   pleurs, ou la sensation d’être rejetée).
2 Irritabilité marquée, colère ou augmentation des conflits interpersonnels.
3 Humeur dépressive, sentiment de désespoir ou idées d’auto-dépréciation.
4 Anxiété marquée, tension, sentiment d’être « survoltée » ou « à bout. »
5 Intérêt en berne pour les activités habituelles (travail, études, loisirs, relations amicales).
6 Sentiment subjectif de difficulté de concentration.
7 Léthargie, fatigabilité ou manque flagrant d’énergie.
8 Modification de l’appétit, boulimie ou attirance spécifique pour un aliment.
9 Troubles du sommeil (hypersomnie ou insomnie).
10 Sentiment subjectif d’être submergée ou « incontrôlable. »
11 Autres symptômes physiques tels que sensibilité ou gonflement des seins, douleurs articulaires ou musculaires, sensation de « ballonnement » ou de prise de poids.

B. Les symptômes précédents sont associés à un contexte clinique de détresse ou interfèrent avec le travail, les études, les activités habituelles ou les liens avec autrui (évitement des activités sociales, baisse d’efficience au travail, dans les études ou dans les activités domestiques).  

C. Ce trouble ne doit pas se résumer à une exacerbation des symptômes d’une autre affection, comme une dépression sévère, un trouble panique, un autre trouble dysthymique, un trouble de la personnalité (malgré une coexistence possible avec l’un quelconque de ces troubles).

D. La présence des critères A, B et C doit être attestée pendant au moins deux cycles comportant une symptomatologie (le diagnostic pouvant être évoqué à titre provisoire avant cette confirmation).

E. Les symptômes recensés ne doivent pas être directement imputables aux effets indésirables d’un médicament ou d’une drogue, ni à une étiologie organique (telle qu’une hyperthyroïdie).

Pour les auteurs, l’inclusion de cette catégorie nosographique dans le DSM-5 permettra non seulement d’améliorer « la recherche et la thérapeutique », mais aussi de renforcer « la crédibilité des patientes éprouvant une détresse significative » en période prémenstruelle.

[1] http://fr.wikipedia.org/wiki/M%C3%A9decine_fond%C3%A9e_sur_les_faits



Dr Alain Cohen

 

Neill Epperson C et coll. : Premenstrual dysphoric disorder : evidence for a new category for DSM-5. Am J Psychiatry 2012; 169: 465–475

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5 juin 2012 2 05 /06 /juin /2012 21:38
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Mieux vaut un poumon de fumeur que la liste d’attente !

Publié le 05/06/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


La sélection des donneurs est une étape essentielle au succès des transplantations d’organe, mais si ne greffer que des organes de qualité parfaite améliore les résultats individuels, ne pas accepter certains organes considérés comme de qualité sub-optimale conduit à allonger le temps passé par les receveurs potentiels sur la liste d’attente avec le risque qu’ils décèdent avant qu’un greffon ne soit disponible.

La question est particulièrement aiguë pour les transplantations pulmonaires puisque on ne dispose pas, comme pour le rein par exemple, d’organe artificiel permettant de suppléer totalement l’organe défaillant en attendant la greffe.

Faut-il dans ce domaine accepter de prélever des poumons de fumeurs, avec lesquels on peut supposer a priori que les résultats seront moins bons, ou faut-il les récuser et se priver ainsi d’un grand nombre d’organes ce qui ne pourra que conduire à accroître la mortalité des patients sur liste d’attente. 

Pour tenter de répondre à cette question cruciale, une équipe britannique dirigée par le Professeur Robert Bonser a analysé les données recueillies depuis 1999 de façon prospective en Grande Bretagne dans le registre des transplantations. 

Une survie à 3 ans moins bonne avec un poumon de fumeur…

Dans une première phase observationnelle de leur travail, Bonser et coll. ont évalué la survie des patients ayant bénéficié d’une première transplantation pulmonaire selon que le donneur en état de mort cérébrale avait ou non des antécédents de tabagisme. 
Sur 1 295 greffes pulmonaires, 510 ont été pratiquées à partir de poumons de fumeurs. Ce pourcentage de 39 % est plus élevé que celui des fumeurs dans la population britannique qui serait de 20 à 25 %.

La survie ajustée de ces patients a été de 57,3 % à 3 ans contre 65,7 % pour les malades greffés avec un poumon de non-fumeur. Cet effet défavorable du tabagisme du donneur a été constaté aussi bien à 3 mois (augmentation de la mortalité par infection) qu’au-delà (défaillance du greffon). On peut donc confirmer qu’au niveau individuel, un poumon de non fumeur est préférable, l’effet négatif du tabagisme du donneur étant particulièrement net pour les sujets qui fumaient (selon l’interrogatoire de leur famille !) plus de 20 cigarettes par jour (survie ajustée à 3 ans, 48,7 %).

…mais la mortalité sur la liste d’attente augmenterait si les poumons de fumeurs étaient récusés

Dans une deuxième phase de leur étude Bonser et coll. ont estimé ce qu’aurait été la mortalité sur la liste d’attente si, contrairement à la politique actuelle en Grande Bretagne, la décision avait été prise de ne pas greffer de poumons de fumeur, qui, rappelons-le représentent 39 % des greffons. Sur 2 100 inscrits sur cette liste d’attente 802 patients sont décédés (ou ont été retirés de la liste) sans être greffés.

Le calcul a montré que la mortalité moyenne sur la liste d’attente aurait été considérablement accrue si les poumons de fumeurs avaient été récusés. Ceci est particulièrement vérifié pour les patients ayant une fibrose pulmonaire pour lesquels la greffe est la plus urgente (survie actuelle à 2 ans sur la liste d’attente d’environ 40 % dans cette indication contre une survie estimée à moins de 10 % si les donneurs fumeurs n’étaient pas acceptés). 

Il existe donc un paradoxe entre un pronostic moins favorable, à l’échelle individuelle, des sujets greffés avec un poumon de fumeur et une survie meilleure, à l’échelle collective, si de tels organes sont acceptés dans les programmes de transplantation. 

Selon Bonser et coll. cette situation paradoxale doit être expliquée aux patients inscrits sur la liste d’attente. 



Dr Nicolas Chabert

 

Bonser R et coll. : Effect of donor smoking on survival after lung transplantation: a cohort study of prospective registry. Lancet 2012; publication avançée en ligne le 29 mai 2012 (DOI:10.1016/S0140-6736(12)60160-3).


Vous pouvez lire sur un thème proche :

- Nella campagna antifumo torna spesso il termine polmone nero, volendo così indicare i polmoni del fumatore sia attivo che passivo. Se, per un certo verso, giustifico le persone ignoranti di medicina, condanno i medici che usano tale termine in riferimento ai polmoni di chi attivamente o “passivamente” fuma. Questi, o lo fanno dolosamente per ingannare la gente, o, in buona fede, per ignoranza criminale. Nel secondo caso è chiaro che la buona fede viene invalidata dalla criminalità dell’atto. Peggio se , per dimostrare i danni del fumo, viene mostrata una radiografia del torace dove i polmoni, all’ignaro, appaiono neri. Infatti, nella lastra radiologica, i polmoni normali sono neri (vedi illustrazione). Se poi vengono esibiti dei polmoni veri e propri (o foto) con venature e macchie nerastre, più o meno numerose, guai a dire che sono i polmoni di un fumatore. Infatti i polmoni normali, che nel’infanzia sono rosei, nell’adulto sono grigio brunastri con striature nerastre secondarie a particelle di carbone e pulviscoli vari presenti nell’aria delle città, o in prossimità di intenso traffico automobilistico, o in zone industriali, o, ancora, in zone polverose. Questa nerezza , in ambito medico, viene chiamata antracosi. Essa non interferisce con la funzionalità respiratoria e, necessariamente, non produce sintomi. Inoltre non è visibile radiologicamente né ecograficamente.


Esiste un’entità medica riferibile a i polmoni neri? Certamente: La pneumoconiosi dei lavoratori di carbone (detta anche: malattia del polmone nero e, a volte, antracosi). In questa affezione le particelle di carbone si depositano sotto la pleura (membrana che ricopre i polmoni), intorno ai vasi sanguigni e i bronchioli (le diramazioni più piccole dei bronchi) e nei pressi di eventuali cicatrici polmonari. Con il progredire dell’esposizione al carbone, si possono formare piccole dilatazioni (enfisema) e poi aumento del connettivo (fibrosi) che, in seguito, può portare a una fibrosi progressiva diffusa. A questo punto, qualcuno potrebbe dire che ciò è quello che succede nel fumatore dato che il fumo di sigaretta contiene prodotti di combustione. Esiste, tuttavia, una grande differenza. Infatti, le suddette alterazioni avvengono dopo almeno dieci anni di lavoro nel sottosuolo a respirare concentrata polvere di carbone, di certo non paragonabile neppure lontanamente a quello che è contenuto nel fumo di sigaretta e, ancora più inverosimilmente, nel fumo passivo.


 

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2 juin 2012 6 02 /06 /juin /2012 04:31
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 GYN 2012

 

Comme chaque année,  le congrès GYN de Monaco, est un des plus intéressants et des plus agréables de l'année.
La gynécologie-obstétrique est une discipline de plus en plus complexe qui se spécialise de manière différenciée. Les organisateurs du congrès GYN de Monaco réussissent, chaque année, le pari de définir et traiter les sujets qui sont d'actualité dans cette discipline.
Grâce à d'excellents orateurs et à l'apport de différentes sociétés savantes, le programme de cette année est, encore une fois, particulièrement réussi et passionnant. Les participants de GYN 2012 auront, en quelques jours, la possibilité d'entendre les nouveautés aussi bien en obstétrique qu'en gynécologie et en endocrinologie, ainsi que dans d'autres domaines qui influencent notre travail quotidien.
En plus de l'aspect scientifique, l'aspect convivial de ce congrès est une des autres raisons de son succès. Grâce à la participation de sociétés savantes de différents pays, GYN 2012 va également permettre un échange direct entre participants et orateurs. C'est en apprenant ce que les autres font mieux que soi-même et en appliquant ces leçons que l'on s'améliore.

 

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Dans une salle comble, le Professeur Borruto et le Docteur Dominique Van KLAVEREN ont animé une session organisée par GSK: sur le thème: «Là lutte contre le HPV et le cancer du col de l’utérus »

GYN5

Apres la présentation  par le Prof Borruto d'un film sur les causes réelles de la mort de Whitney Houston, décelées âpres autopsie d'un cancer du col non en l'absence de tests-le Professeur Giordanengo du CHU de Nice, a expliqué les différents tests viraux  existant et leurs possibilités et importance de leur emploi pour le diagnostic.

Le Dr Chautard a présenté le travail récemment publie' par LANCET ONCOLOGY sur l'efficacité clinique du vaccin CERVARIX.

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Le Dr BENMOURA,du CHU de Marseille, a commenté  la classification des images colposcopiques.

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En fin de séance un film émouvant ,dédié à la mémoire d'une jeune mère décédée a l'age de 21 ans d'un cancer du col utérin  a permis  au Professeur Borruto qui le présentait, de déclarer : «  si nous voulons gagner la lutte contre ce terrible cancer: le vaccin, la prévention secondaire par dépistage, et tous ceux qui se dédient à  la promotion de ces initiatives nous aideront a' gagner ce défi! »

GYN1.jpg

 Le Professeur Borruto , ci dessus avec le Président de Gyn2012, Prof. Dr. Michael Mueller, représentera la Principautè au congres mondial de EUROGIN le prochaine  8 Juliet  à PRAGUE.

Scientific Committee - EUROGIN

www.eurogin.com/2012/index.php/program/scientific-committee

EUROGIN homepage Wednesday, May 30, 2012. logo · Home; Congress Information. Presentation ... Scientific Committee. Members of the Scientific Committe

Nahmanovici-Charles-Nice-1.jpg

                                Docteur Charles NAHMANOVICI, du Comité d'Organisation de Nice

________________________________________________________________

Vendredi 1er juin 2012 à 21h SOIREE DE GALA Soirée du Congrès

 

Soirée du congrès,en bord de mer, dans le cadre prestigieux de l'Hotel Monte Carlo Bay

Cette soirée s'est déroulée dans l'esprit "Gyn2012" avec spectacle et cocktail dinatoire.

Concert
Jean-Philippe COLLARD



1964 : Prix du Conservatoire national supérieur de Paris
1969 : Grand Prix au Concours Long-Thibaud
1970 : Grand Prix du Concours Cziffra1948

A l'âge de 10 ans, Jean-Philippe Collard quitte sa région natale pour gagner la capitale- Conservatoire national supérieur de Paris, ronde des concours internationaux, huit années d'études sous la férule éclairée et exigeante de Pierre Sancan, avant d'être projeté sur le devant de la scène internationale...
Le pianiste français n'est pas de ceux qui brandissent leurs titres et leurs protecteurs comme gages de leur talent : à peine fait-il allusion à la belle amitié qui l'a lié à Horowitz, en ces années cruciales où se forge la maturité artistique. Du Maître, il tient le secret du chant profond et soutenu, qui fait de lui un virtuose du lyrisme en demi-teinte, de la confidence vibrante et chaleureuse.
Aujourd'hui fort d'une discographie de plus de cinquante titres, Jean-Philippe Collard sillonne les grandes scènes musicales du vieux continent et d'Outre-Atlantique - de Carnegie Hall au Teatro Colon en passant par le Théâtre des Champs-Elysées et le Royal Albert Hall. Figure bien connue du public français, enfant chéri des Etats-Unis, il pourrait se targuer d'avoir joué avec le gotha des chefs et des orchestres à travers le monde.
Les feux de la rampe semblent pourtant n'avoir guère ébloui notre pianiste. Resté simple, direct et jovial, il évoque plus volontiers ses bonheurs privés que ses succès publics : une vie de famille épanouie aux côtés de sa femme et de ses cinq enfants, des amitiés fidèles et chères à son cœur... Amoureux de la nature, bricoleur à ses heures, ce gentleman-pianiste cultive plus d'un jardin secret.
Une bonne dose d'humour et de réalisme est d'ailleurs un contrepoids idéal aux joies fugaces et aux tracas chroniques de cette vie de bohème qui est à ses yeux, avant toute chose, une belle aventure humaine car, à la scène comme à la ville, Jean-Philippe Collard se nourrit de rencontres... et avoue de ce fait un penchant secret pour la musique de chambre, où se nouent des complicités d'une vie.
Cette soif d'échange et de partage le conduit volontiers sur des départementales peu fréquentées par la jet-set des pianistes. Cet artiste tout-terrain aime à voyager en cavalier solitaire, escorté par son fidèle piano, sur les chemins du Béarn ou de la sierra mexicaine. Là, d'églises de village en salles des fêtes, il a vécu certains des moments de grâce de sa vie de musicien.

Repères...

Jean-Philippe Collard a joué, entre autres, avec :
Michel Plasson, Georges Prêtre, Michel Béroff, Emmanuel Krivine, Jean-Claude Casadesus, Augustin Dumay, Charles Dutoit, Gérard Caussé, André Prévin, Gary Hoffman, Lorin Maazel, Vladimir Spivakov, Seiji Ozawa, Simon Rattle, José Van Dam, James Conlon, Semyon Bychkov...
Orchestre National de France, Orchestre de Paris, Orchestre National de Lille, Orchestre National du Capitole de Toulouse, Orchestre National de Lyon, Royal Philharmonic, London Symphony, Philharmonia Orchestra, City of Birmingham, Royal Liverpool, orchestres de la BBC, RSO Frankfurt, Suisse Romande, Tonhalle Zurich, Orchestre National d'Espagne, NHK Tokyo, Orchestres Symphoniques de Philadelphie, San Francisco, Boston, Montréal, Cleveland, Detroit, Orchestres Philharmoniques de New York, Los Angeles...

Discographie (extraits) :
Fauré : Intégrale de la musique pour piano, Intégrale de la musique de chambre.
Rachmaninov : les 4 concertos pour pianos, Sonate n°2.
Ravel : Intégrale de l'œuvre pour piano, les 2 concertos pour piano (Orchestre National de France, Lorin Maazel).
Saint-Saëns : les 5 concertos pour piano (Royal Philharmonic Orchestra, André Prévin).
Liszt : Sonate en si mineur.
Schumann : Etudes Symphoniques, Sonate n°3...
Chopin : Valses, Les 4 Ballades, 3e Sonate...

 


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29 mai 2012 2 29 /05 /mai /2012 22:36

 

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ACTUALITE MEDICALE

Faudra-t-il prescrire une statine à tous les hommes de plus de 50 ans ?

Publié le 29/05/2012   | 1 réaction Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


Cette question qui aurait semblé hors de propos,  il y a quelques années, est pourtant celle que pose l’éditorialiste du très austère Lancet en commentant la nouvelle méta-analyse prospective des Cholesterol Treatment Trialists’ (CTT).

Ce groupe intègre depuis 1994 dans un travail de méta-analyse régulièrement mis à jour, toutes les données individuelles des patients inclus dans des essais randomisés en double aveugle portant sur les traitements par statines en prévention cardiovasculaire (CV). Il avait montré dès 2005, sur les 90 056 premiers sujets inclus, qu’une baisse de 1 mmol/L du taux de LDL cholestérol (0,39 g/L) sous statines réduisait en 5 ans la fréquence des infarctus du myocarde de 23 %, celle des événements vasculaires majeurs de 21 %, celle de la mortalité coronarienne de 19 % et la mortalité globale de 12 % (toutes ces diminutions étant hautement significatives ; p<0,0001). De plus ces baisses de la morbi-mortalité CV  avaient été constatées indépendamment de l’âge, du sexe, du type d’indication (prévention primaire ou secondaire), de la présence ou de l’absence d’un diabète ou d’une hypertension et surtout quel que soit le niveau de LDL-C de départ (y compris pour des taux inférieurs à 3,5 mmol/L).

Un bénéfice significatif même pour les sujets à faible risque cardiovasculaire 

L’analyse actuelle des CTT porte sur 134 537 sujets inclus dans des essais randomisés statines contre placebo et 39 612 patients dans des essais comparant un traitement standard par statines à un traitement intensif (études SEARCH, A to Z, TNT, IDEAL et PROVE-IT) (1). L’objectif était cette fois de déterminer si l’effet sur la morbi-mortalité CV était corrélé au niveau de risque CV initial en comparant les résultats d’une baisse de 1 mmol/L de LDL-C pour 5 catégories de patients ayant une probabilité croissante d’événements vasculaires majeurs à 5 ans : inférieure à 5 %, entre 5 et 10 %, entre 10 et 20 %, entre 20 et 30 % et supérieure ou égale à 30 %. Il est apparu, qu’en valeur relative, le bénéfice des statines était au moins aussi important pour les 2 niveaux de risque les plus faibles que pour les plus élevés. Ainsi par exemple lorsque la probabilité d’événements vasculaires majeurs à 5 ans était inférieure à 5 % la réduction de ce risque pour une baisse de 1 mmol/L de LDL-C était de 38 % (intervalle de confiance [IC] entre 19 et 53 %) contre 21 % (IC entre 16 et 26 %) pour les sujets ayant un risque de plus de 30 % de souffrir d’un événement vasculaire majeur dans les 5 ans. Il faut bien sûr souligner qu’en valeur absolue, le bénéfice à attendre d’une baisse de 1 mmol/L sous statines est bien supérieur pour les niveaux de risque élevés que pour les faibles niveaux avec par exemple 6 événement vasculaires majeurs  évités pour 1 000 sujets à très faible risque (moins de 5 % sur 5 ans) traités pendant 5 ans contre 142 pour 1 000 patients à risque très élevé (supérieur à 30 % sur 5 ans). En d’autres termes, pour éviter un événement vasculaire majeur, il faut traiter 167 patients à risque inférieur à 5 % pendant 5 ans et 67 patients à risque compris entre 5 et 10 %.

Sur le plan de la tolérance des statines, cette nouvelle méta-analyse confirme l’absence de risque carcinologique (risque relatif de cancer de 1 avec un IC entre 0,96 et 1,04), la rareté des myopathies (augmentation de l’incidence de 0,5/1 000 sur 5 ans), le faible accroissement du risque d’AVC hémorragique (+ 0,5/1 000 sur 5 ans) très inférieur à la baisse du risque d’AVC ischémique et évalue le risque supplémentaire de diabète sous statines en prévention primaire à 0,1 % par an (ce qui induirait une augmentation de la fréquence des événements vasculaires majeurs 50 fois plus faible [ + 0,2/1 000 patients traités sur 5 ans] que le bénéfice attendu [- 11/1000] chez des sujets à risque inférieur à 10 % à 5 ans).

Traiter les hommes au-delà de 50 ans sans bilan complet ?

A partir de ces données d’efficacité et de tolérance, les auteurs comme l’éditorialiste (2) posent la question de l’extension des indications des traitements par statines. Actuellement pour la plupart des recommandations, il n’y a pas d’indications à un traitement par statines chez les sujets ayant un risque d’événement vasculaire majeur à 5 ans inférieur à 10 %. Or selon l’éditorialiste, le bénéfice à attendre d’une baisse de 1 mmol/L du LDL-C chez ce type de sujets est équivalent à ce que l’on obtient en traitant une hypertension légère, ce que tous les praticiens s’accordent à faire.

Si une telle décision d’abaissement du seuil d’intervention était prise, elle aurait des conséquences importantes en termes de santé publique et d’économie de la santé. En effet, dans un pays développé comme la Grande Bretagne on estime que 83 % des hommes de plus de 50 ans et 56 % des femmes de plus de 60 ans ont un niveau de risque vasculaire supérieur à 10 % à 5 ans.

Au-delà de la question de l’élargissement des indications des statines à la majorité de la population de plus de 50 ans (qui pourrait être économiquement supportable grâce aux génériques), l’éditorialiste va encore plus loin et se pose celle de l’intérêt de se baser sur des bilans complexes et coûteux pour décider d’une prescription de statines qu’il serait peut-être plus pragmatique de fonder uniquement sur l’âge et le sexe ! Un tel algorithme simplissime permettrait selon lui des économies substantielles portant notamment sur l’imagerie vasculaire ce qui serait spécialement utile dans les pays à faibles revenus. 

Il reste qu’en pratique, quelles que soient les raisons théoriques d’élargir les indications des statines et l’attitude qu’adopteront les Sociétés savantes dans un avenir proche, de très nombreux patients qui justifieraient une prescription de statines selon les critères actuels n’en bénéficient pas encore (même parmi les sujets à risque élevé) et que l’observance de ces traitements demeure faible (25 % à deux ans en prévention primaire selon une étude par exemple).

Dans l’attente d’un éventuel changement d’indications, les efforts sont donc à porter sur un meilleur suivi des recommandations actuelles et une amélioration de l’observance des patients.  



Dr Anastasia Roublev

 

1) Cholesterol Treatment Trialists’ (CTT): The effects of lowering LDL cholesterol with statin therapy in people at low risk of vascular disease: meta-analysis of individual data from 27 randomised trials. Lancet 2012, Publication avancée en ligne le 17 mai (doi:10.1016/S0140-6736(12)60367-5).
2) Ebrahim Shah et coll.: Statins for all by the age of 50 years?
Lancet 2012, Publication avancée en ligne le 17 mai (doi:10.1016/S0140-6736(12)60694-1).

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28 mai 2012 1 28 /05 /mai /2012 06:39
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Dépistage du cancer du sein entre 40 et 49 ans : pour quelles femmes ?

Publié le 24/05/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


L’intérêt d’un dépistage précoce du cancer du sein par mammographie chez les femmes de moins de 50 ans fait l’objet de débats. Il pourrait se révéler utile quand le risque est élevé, supérieur à deux fois la normale. L’identification et la quantification de facteurs de risque (FR) particuliers aux femmes entre 40 et 49 ans sont donc essentielles afin d'individualiser celles  susceptibles de bénéficier au mieux d'une mise en route précoce d’une surveillance mammographique.

A partir des grandes bases de données médicales (Medline, Cochrane Central Register of Controlled Trials et Cochrane Database of Systematic Reviews ) et aussi de celles issues du Breast Cancer Surveillance Consortium (BCSC) , tous les articles publiés en langue anglaise, ces 19 dernières années, traitant de cette question ont été analysés. Il pouvait  s’agir d’essais contrôlés et randomisés, d’études observationnelles, de revues systématiques ou encore de méta-analyses à l’exclusion des publications concernant des femmes suivies après cancer du sein ou de l’ovaire, ou porteuses d' un cancer canalaire in situ ou non invasif, ou suivies pour pathologie mammaire bénigne ou dans le cadre d' une mutation BRCA1/BRCA2 à titre personnel ou familial et enfin de celles sous surveillance après irradiation mammaire.

Méta-analyse de 95 articles

Afin de déterminer leur influence sur l’incidence du cancer du sein invasif chez les femmes âgées de 40 à 49 ans, toute une série de FR ont été analysés : race et origine ethnique, indice de masse corporelle (IMC), activité physique, tabagisme, alcoolisme, antécédents familiaux de cancer du sein, densité de la glande mammaire, biopsies préalables et antécédents gynécologiques (âge des premières règles, parité, âge de naissance du premier enfant, allaitement, contraception orale, âge, statut et type de la ménopause, enfin traitement hormonal post ménopausique). Tous les articles extraits des bases de données ont été lus attentivement par deux examinateurs indépendants. N’ont été retenus pour la méta-analyse que ceux considérés comme bons ou au minimum, acceptables. Ainsi, sur un total de 884 articles colligés en texte intégral, seuls 95 ont été inclus dans la méta- analyse, selon des critères pré définis.

Selon les données BCSC, la race ou à l'origine ethnique ne sont pas apparues conférer un risque particulier. Contrairement à la notion communément admise pour la période post ménopausique, 18 des publications ont signalé qu'un surpoids, voire une obésité, constituaient, dans cette tranche d'âge, des facteurs de moindre risque avec un rapport de risque (RR)  respectivement à 0,86 et 0,90. Aucune différence significative n’a été notée selon le degré de l'activité physique. Dans trois des études, l'intempérance éthylique entraînait une augmentation du risque. Il n'en était pas de même pour le tabagisme qui, dans 12 des articles retenus, ne constituait pas un FR complémentaire.

Densité mammaire et antécédent familial, les deux facteurs de risque majeurs

Surtout, 52 études épidémiologiques ont souligné que des antécédents de cancer du sein chez un apparenté au premier degré augmentaient, de façon très significative, le risque de tumeur mammaire, d’autant plus que celui-ci avait développé tôt son propre cancer. Ce risque était multiplié par 3 chez les femmes dont un  proche avait été atteint avant 40 ans  et de 2,17 quand le cancer parental était survenu avant 50 ans.

De la même façon, l'augmentation de la densité mammaire appréciée de 1 à 4 sur l’échelle Breast Imaging Reporting and Data System (BI-RADS), apparaît, en soi, être un FR majeur; le RR varie ainsi de 0,46 pour des seins de catégorie 1, totalement adipeux, à 1,62 pour des seins en catégorie 3 avec présence de densités fibro glandulaires disséminées et culmine à 2,02 pour ceux en catégorie 4, extrêmement denses. Plus singulier, les données BCSC révèlent que des antécédents de biopsies mammaires ou de ponctions à l'aiguille pour pathologies bénignes doivent aussi être rangés dans les FR avec un RR non négligeable de 1,51.

La survenue des premières règles après 15 ans a été associée à un risque plus faible comparativement à des règles plus précoces, avant 13 ans (RR à 0,82). La nulliparité, à l’inverse, élève le risque (RR à 1,16) ainsi que l'âge de naissance tardif, après 30 ans, du premier enfant (RR à 1,2 par rapport aux femmes dont la première grossesse est survenue entre 25 et 29 ans). L’allaitement apparaît comme un facteur protecteur, surtout quand il a été prolongé, 12 mois ou plus (RR à 0,87). L'utilisation d'une contraception orale a des effets divergents selon les publications mais la cohorte BCSC la désigne comme un FR propre avec un RR à 1,3. Ce FR est toutefois plus faible quand la prise de contraceptifs intervient en période péri ménopausique.

Un IMC à plus de 25, protecteur…

Au terme de cette vaste méta analyse, les deux FR les plus importants, susceptibles de multiplier par deux ou plus le risque de cancer du sein entre 40 et 49 ans sont la présence de seins très denses et la notion de cancer du sein chez un parent au premier degré. Le risque augmente encore quand il y a deux proches atteints dans la même famille ou quand le cancer du sein a touché une parente avant l'âge de 40 ans. Des antécédents de biopsie mammaire ou de seins denses de façon hétérogène multiplient le risque dans un rapport de 1,5 à 2. La prise de contraceptifs oraux, bien que variable selon les sources utilisées, la naissance du premier enfant après 30 ans et la nulliparité apparaissent également comme des FR significatifs. A l'  inverse, un IMC élevé, égal ou supérieur à 25 kg/m2, une survenue tardive des premières règles, la naissance de 3 enfants ou plus, l’allaitement sont des facteurs protecteurs, minorant le risque.

En pratique donc, sous réserve de biais possibles et dans le cadre de la population étudiée, la prise en compte d'antécédents familiaux de cancer du sein et de glandes mammaires très denses pourrait être des critères pertinents afin de débuter précocement, dés la quarantaine, une surveillance mammographique chez des femmes à haut risque.



Dr Pierre Margent

 

Nelson H D et coll. : Risk factors for Breast Cancer for Women Aged 40 to 49 Years. A systematic review and meta- analysis. Ann Intern Med; 2012; 156:635-648.

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20 mai 2012 7 20 /05 /mai /2012 10:24

 

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Sexualité des femmes : gardons-nous d’un nouveau terrorisme

Publié le 19/05/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir

missmento 

Paris, le samedi 19 mai 2012 – Le sujet passionne depuis des millénaires poètes, philosophes et savants. La censure religieuse et morale qui a longtemps fait de ce sujet un tabou n’a pas empêché (au contraire) les rêveries, les interrogations et les analyses. Cet interdit est aujourd’hui levé, mais une part du mystère demeure. Désormais, les poètes, les philosophes et les savants ont vu s’ajouter une nouvelle interrogation : quel nouveau goût la liberté a-t-elle donné à la sexualité des femmes ? Le docteur Philippe Brenot consacre une partie importante de ses travaux à ce sujet phare : la sexualité et notamment celle des femmes. Son dernier ouvrage révèle ainsi une nouvelle silhouette féminine, pour laquelle la sexualité enfin n’est plus vécue comme une transgression. Mais d’autres impératifs, d’autres carcans pourraient bientôt s’imposer, comme il l’évoque ici.

On parle beaucoup de sexe, on l’explique beaucoup moins, tant cela « tombe sous le sens ». Et pourtant, la sexualité est éminemment complexe dans sa maturation, son apprentissage et son épanouissement. De nombreux individus ou de couples vivent avec difficulté l’accord entre les sexes ou les différences de comportement qui gèrent notre intimité. C’est pour cela qu’avec l’Observatoire International du couple, nous avons engagé deux études : tout d’abord sur les hommes en 2011 puis, cette année, sur les femmes.

Nous avons pour cela interrogé 3404 femmes déclarant être hétérosexuelles et vivre en couple. Leur âge moyen est de 35 ans, la plus jeune ayant 15 ans, la plus âgée 80. Ces femmes sont mariées (ou pacsées) et vivent avec leur conjoint pour 45 % d’entre elles, elles sont en couple cohabitant non marié pour 32 % et sont 22 % à se déclarer en couple non cohabitant. Elles sont en moyenne en couple depuis neuf ans et sont 55 % à avoir des enfants.

Les réponses à ce questionnaire nous dressent le portrait d’une femme assez différente de ce que nous montrent les études précédentes : une femme de plus en plus épanouie tant sur le plan intime et sexuel que sur le plan relationnel mais aussi une femme blessée par les difficultés de la vie qui ne sont pas toujours suffisamment comprises autour d’elle.

Sur l’air d’ « Etre une femme »

Quatre faits dominent cette évolution vers la liberté :

Les femmes sont aujourd’hui épanouies avec une bien meilleure image d’elles-mêmes. Leur liberté est grande ; plus rien n’est aujourd’hui vraiment tabou dans leurs comportements.

Dans ces très nombreux témoignages anonymes, c’est une femme décomplexée qui parle, une femme qui a confiance en elle, qui se sent belle (pour plus de 60 %) et sensuelle (67 %). Cette confiance en elle, et en son corps, apparaît clairement, elle traduit la façon dont les femmes décident aujourd’hui de leur destinée.

Enfin la jouissance étonnante de certaines femmes, se connaissant bien et très libres avec elles-mêmes depuis leur plus jeune âge, peut nous permettre d’identifier des facteurs constitutionnels de l’accès au plaisir et à l’orgasme.

Subsiste environ un tiers des femmes pour lesquelles la sexualité reste souvent très difficile : près de la moitié de notre échantillon a vécu des « émotions négatives intenses » ayant aujourd’hui plus ou moins de répercussions sur leur vie intime.

« Zones gâchettes »

Les mystères de l’orgasme sont aujourd’hui mieux compris et les mécanismes mieux connus. Il existe des zones-gâchettes : le clitoris, la face antérieure du vagin… mais surtout des conditions qui facilitent l’orage orgasmique. La première c’est l’amour, le sentiment intense du « choc amoureux » qui contient toutes les autres conditions. C’est ensuite la détente psychologique et l’abandon sous toutes ses formes. C’est enfin la stimulation physique de l’amant tant attendu. Mais les formes de la jouissance féminine varient à l’infini et les plaisirs intenses ne sont pas tous orgasmiques. Gardons-nous d’un nouveau terrorisme.

 

Philippe Brenot

 

Psychiatre, Thérapeute de couple, Directeur des enseignements de Sexologie et Sexualité Humaine à l’université Paris Descartes, auteur de :

Les Hommes, le sexe et l’amour, édition des Arènes, 2011
Les Femmes, le sexe et l’amour, édition des Arènes, 2012

 

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19 mai 2012 6 19 /05 /mai /2012 07:12

 

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Un sale coup pour la tomate !

 

 

P1010138.JPG                                                            (c)lejardinpartageduluchey

Publié le 18/05/2012 Partager sur Twitter Partager sur Facebook Imprimer l'article Envoyer à un confrère Réagir à l'article Enregistrer dans ma bibliothèque Reduire Agrandir


La consommation régulière de tomates, à raison d'au moins 7 parts/semaine a été associée à une réduction de 30 % des maladies cardiovasculaires. Les éventuels bienfaits de la tomate pourraient notamment être liés à sa richesse en lycopène. Pour savoir s'il est vraiment justifié de recommander la tomate pour prévenir l'infarctus du myocarde,  F Thies et al. ont mené un essai randomisé évaluant l'effet d'une alimentation riche en tomates sur les facteurs de risque cardiovasculaire. Des sujets en surpoids (IMC : 26,6 kg/m²), d'âge moyen (51 ans) et en bonne santé, ont été randomisés en  trois groupes : (1) suivi d'un régime riche en tomate apportant au minimum 70 mg/semaine de lycopène (notamment sous forme de jus, purée, sauce, ketchup, soupe; n=81), (2) régime normal supplémenté en lycopène (70 mg/semaine sous forme de gélules, n=68) et (3) suivi d'un régime normal restreint en tomate (groupe témoin, n=76). Une enquête alimentaire sur sept jours et la mesure des paramètres cliniques et biologiques ont été réalisés chez les sujets, avant puis douze semaines après la randomisation.

Les apports caloriques, en macronutriments et micronutriments d'origine alimentaire ont évolué de manière similaire au cours de l'intervention dans les trois groupes, en dehors du calcium et de la vitamine E. L'apport alimentaire de lycopène était de 221 à 351 mg/semaine dans le groupe "régime riche en tomate" et de 0 à 20 mg/semaine dans les deux autres groupes. La concentration plasmatique du lycopène confirmait l'adhésion des sujets au régime à suivre.

Cliniquement, le poids a diminué davantage avec le régime riche en tomate par rapport au groupe témoin. Ce résultat est à manier avec précaution. En outre, les tomates n'ont pas entraîné de réduction de la pression artérielle ni de la vélocité d'onde de pouls par rapport aux deux autres régimes. Enfin les lipides plasmatiques, les marqueurs de l'inflammation (CRPus, IL6, ICAM-1) du stress oxydant (LDLoxydés) de l'insulinorésistance (index HOMA) et de l'insulinosensibilité (Index QUICKI) n'ont évolué dans aucun des groupes de façon significative au cours de l'intervention.

Ces résultats décevants ne montrent pas d'effet bénéfique de la consommation régulière de tomates ni de l'élévation du taux plasmatique de lycopène sur les facteurs de risque cardiométaboliques. Les données épidémiologiques ne sont donc pas confirmées, ni les résultats de quelque essais cliniques positifs, mais généralement non contrôlés, supposant l'intérêt des tomates pour réduire le risque cardiovasculaire.

En pratique, il n'est pas justifié de recommander spécialement la tomate pour la prévention des maladies cardiovasculaires. Néanmoins on rappellera que cette étude a inclus une population en bonne santé.

Ces résultats ne peuvent pas être extrapolés à des patients à risque (diabétiques, hypertendus...) chez lesquels une étude randomisée est indispensable pour émettre une conclusion.



Dr Boris Hansel

 

Thies F et coll. : Effect of a tomato-rich diet on markers of cardiovascular disease risk in moderately overweight, disease-free, middle-aged adults: a randomized controlled trial.
Am J Clin Nutr., 2012 ; 95 : 1013-22.

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